Il tema della parola data, oggetto anche di un Satyagraha di Pannella, è davvero troppo attuale in questo paese. Quantomai in politica.
Siamo talmente abituati a continue contraddizioni e smentite, anche a distanza di poche ore, che ormai non ci facciamo più caso. Siamo quasi portati a pensare che in politica questo sia normale, ma non deve essere normale, come non è normale in altri paesi.
Forse il caso più eclatante degli ultimi tempi è un Berlusconi che prima del voto auspica l’abbandono di AirFrance/KLM e tira fuori cordate italiane immaginarie, facendo nomi totalmente a caso, per poi ritirare tutto appena vinte le elezioni. Un modo di fare veramente irresponsabile, mentire sapendo di mentire quando in gioco ci sono vite, posti di lavoro e settori strategici dell’economia.
Ma non ci siamo indignati nemmeno un po’. Lo sapevamo tutti che andava a finire così, perché prendersela? Quando si è così circondati da politici specialisti delle balle - e delle smentite del giorno dopo, quando la frittata è fatta - non ci si fa più affidamento, e quindi non ci si indigna più di tanto, non ci si sente né offesi, né traditi. E’ un po’ come l’amico che la spara grossa. Dopo un po’ ci fai l’abitudine e lo prendi sul ridere, in fondo è anche poco educato stare sempre lì a mettere i puntini sulle i.
Non sarebbe male, invece, reagire in maniera decisa e distaccata, magari non con l’amico che dice di aver pescato una trota di 60 KG, ma col politico sì. Del tipo: hai detto una stronzata? Sei rovinato, vai a casa, il tuo partito non ti vuole più, e se ti vuole lui non ti vogliono più gli elettori. Se racconti balle non ci si può fidare di te, e quindi non puoi aspirare a governare. Va bene, quando non c’è praticamente nessuno di affidabile, è dura riuscire a mandare a casa tutti.
Compagni di corse birichini
Il Partito Democratico doveva correre da solo, cioè avere una sua lista indipendente. In breve tempo questa coraggiosa dichiarazione diventa la prima balla di una grande serie: si crea una coalizione, con l’Italia dei Valori.
Prima del voto, Di Pietro promette che l’Italia dei Valori entrerà nello stesso gruppo parlamentare del PD. Franceschini è tutto contento, mentre spiega che IDV confluirà addirittura nel partito, in un futuro, con tutta la calma necessaria. Altre balle.
Sicuramente Di Pietro non credeva a ciò che diceva, ma probabilmente non ci credeva neanche Franceschini… non ditemi che non ve l’aspettavate! Neanche un po’? Beh, il solito profeta l’aveva predetto alla radio. Anche in questo caso, comunque, non c’era bisogno di essere profeti, bastava un po’ di malizia.
Le motivazioni di Di Pietro, per venir meno all’impegno del gruppo parlamentare unico, sono veramente campate in aria. Vuole un posto nel governo ombra? Evidentemente non era nel patto, e i patti si negoziano prima di accettarli, non dopo. Se poi ci sono anche differenti ideali e progetti politici tra i due partiti, ok, ci crediamo. Ma è così fin dall’inizio. Non si capisce quindi perché Di Pietro se ne renda conto solo ora, dopo il voto. O meglio, si capisce fin troppo bene.
Di Pietro non crede nel progetto del Partito Democratico ma l’ha solo sfruttato per racimolare più voti - senza stare a scomodare quel milioncino di euro. Staremo a vedere come si concluderà questa storia, non è detto che non si rimedi con offerte e contro-offerte.
Ci sarebbe poi la vicenda del patto coi Radicali ’sicuramente eletti’, che sono comunque tutti e 9 in parlamento, grazie all’inaspettato drenaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno, e non grazie al posizionamento privilegiato nelle liste (come da patto).
Al dì là di questo triste teatrino fatto di piccole e grandi menzogne, mi chiedo se Veltroni non si stia pentendo delle scelte fatte in materia di alleanze.
Per quanto abbia fatto una buona campagna elettorale sotto il profilo del coinvolgimento (un Obama dei poveri che però ha funzionato nelle piazze), aveva uno spazio troppo piccolo per riuscire a vincere, per tutte le varie ragioni già analizzate.
Ci ha provato comunque, e questa è l’unica spiegazione che riesco a trovare all’apparentamento con IDV: raccogliere più voti, facendo salire sul carrozzone lo sponsor ufficiale di Beppe Grillo, nonché l’unico partito dell’Unione fortemente contrario all’indulto.
Tra parentesi, con questa premessa del racimolare più voti possibili, risulta davvero incomprensibile non aver permesso una lista Bonino coalizzata, considerando anche la lealtà dimostrata dai Radicali all’Unione e a Prodi.
A parte calcoli elettorali, non vedo particolari affinità tra i due partiti. Quali sono i Valori dell’Italia condivisi dal Partito Democratico? Il giustizialismo? Spero di no. La politica estera? I diritti civili? Inesistenti. Si ok, abbassiamo giustamente gli stipendi dei parlamentari, sapendo benissimo di non risolvere nulla, e poi?
Lo so che è facile parlare a giochi fatti, ma, sconfitta per sconfitta, era meglio rinunciare a quei voti e correre veramente da soli, il PD ne avrebbe guadagnato in credibilità e libertà. Sarebbe stata una scelta politica più lungimirante, e forse neanche così penalizzante sotto l’aspetto elettorale. Non possiamo sapere se un’ipotetica lista per Di Pietro premier avrebbe preso molto meno di questo 4.3%, ma sicuramente non di più.
O si poteva proporre a Di Pietro un patto simile a quello fatto coi Radicali Italiani, che in effetti non è stato così malvagio in sé. E’ un possibile inizio per una fusione seria. Ma è anche un’immotivata applicazione del ‘due pesi e due misure’, che ha già portato sfortuna.
Inizialmente corsa solitaria, poi corsa libera. Ora speriamo che duri poco la fase della corsa ad ostacoli.

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