Berlusconi in parlamento ha i numeri per fare praticamente quello che vuole, eppure (formalmente) punta tutto sulla grande novità della terza repubblica: favorire il dialogo. Ma che vuol dire?

Per qualsiasi opposizione, convergere su riforme che sono condivise (nell’interesse del Paese, si spera) dovrebbe essere la norma. Se in passato non è stato così è una vergogna, e se ora le cose cambieranno in questo senso sarà meglio per tutti.

Usare toni moderati è sacrosanto, quando lo scontro è tra posizioni diverse ma ragionevoli. Basta che con la scusa di non ‘minare il dialogo’, non si passi sopra alle cazzate madornali. I due approcci non sono assolutamente in contraddizione: dipende dalla proposta di cui si discute.

Se questo governo Berlusconi sarà diverso da quello del 2001, benissimo. Vorrà dire che rimarranno da contestare aspramente, non pacatamente, solo le leggi antidemocratiche approvate fino al 2005, che il governo Prodi non ha minimamente toccato (poi si parla di crisi della sinistra).

Belle le parole di Veltroni, con il riferimento all’informazione e alla Rai. Un po’ diverse le parole di Di Pietro, malefico seminatore di zizzania fissato con vari conflitti di interesse e inezie come la legge Gasparri.

‘Il paese non è più diviso’, bisogna guardare avanti. Che i dirigenti nazionali di PD e PDL si lancino bacini e occhiolini non ci piove. Sarei più cauto rispetto all’imposizione dall’alto del volemose bene, dopo tutti questi anni di contrapposizione estrema, pienamente giustificata in molti casi - e lo dice uno che ha aspettato l’editto bulgaro per diventare anti-berlusconiano.

Si vuole iniziare la legislatura con questo ‘clima politico’ mite, sulla fiducia. In fondo siamo solo alla linea di partenza, ed essere ottimisti fa bene alla salute. Fidiamoci pure, ma attenzione: tra 5 anni gli elettori valuteranno questa cosiddetta sinistra, ancora in formazione, soprattutto per come avrà fatto l’opposizione. Il primo passo per pigliarlo nel culo è guardare nella stessa direzione.

Si ricomincia.

L’altro ieri Marco Travaglio è stato ospite della trasmissione Che Tempo Che Fa, su Rai 3. Questo è uno spezzone della trasmissione, preso pari pari dal suo blog:

C’è un accenno a delle ‘amicizie mafiose’ di Schifani, che gli interessati possono approfondire. Non viene comunque detto che Schifani sia un mafioso (anche perché nulla lo dimostra), semmai vengono posti dubbi più che legittimi, si chiede un chiarimento pubblico. Il tutto in un discorso più ampio sui legami tra politica e informazione.

Notate come Fazio tenga a dissociarsi, senza per altro spiegare perché. Più che sull’essere d’accordo o meno, è plausibile che abbia avuto paura di passare guai simili a quelli di Luttazzi, processato per diffamazione - e giudicato non colpevole anche perché i fatti citati erano veri - dopo la famosa puntata di Satyricon con Travaglio.

Ma atteniamoci ai fatti, ovvero le reazioni nel dopo-intervista.

Il direttore generale Cappon si rincresce, si rammarica, si dissocia, manifesta rispetto e considerazione. Nella puntata del giorno dopo Fazio si scusa. Ovviamente il PDL e la maggioranza difendono Schifani, attaccando Travaglio. Anche l’opposizione fa la stessa cosa per mezzo di Anna Finocchiaro (PD), e qui c’è da mettersi le mani nei capelli. L’unica eccezione è Di Pietro.

Come al solito si sposta il problema dai fatti citati al modo: il problema diventa il giornalista, l’assenza di contraddittorio, il minare il dialogo, la strumentalizzazione politica. Nessuno che chieda a Schifani chiaro e tondo di smentire Travaglio. Viene solo data una risposta del tutto generica (’fatti inconsistenti o manipolati’) a una domanda del tutto generica.

Il passo successivo sarebbero le zuffe sui giornali tra i due schieramenti, con la totale astrazione e perdita di vista del problema indicato in principio, ma in questa legislatura sembra che la priorità debba essere il clima di dialogo.

E’ il contraddittorio che manca? Bene, che contraddittorio sia. Schifani risponda, sui giornali, in TV, i modi non gli mancano. Deve chiarire una volta per tutte, con nomi e cognomi. Se fosse a posto con la coscienza, sarebbe un’operazione che converrebbe a lui per primo.

La cosa divertente è che Travaglio ha tirato in ballo Schifani, come si può vedere dal primo video, nel sostenere una precisa tesi, che riesce a dimostrare proprio grazie a queste polemiche.

Travaglio potrà anche essere un giornalista antipatico e schierato (né a destra né a sinistra: con Di Pietro, al massimo), però si distinguono benissimo le sue opinioni personali dai fatti che racconta, parla di cose successe veramente e documentate.

Se Travaglio ha detto falsità, che gli interessati lo querelino, vinceranno la causa se hanno ragione, e viceversa. Non c’è bisogno che la RAI si scusi per aver concesso a un giornalista di parlare nelle proprie trasmissioni. Non ci dovrebbe essere bisogno che un conduttore televisivo si scusi e prenda le distanze dai suoi ospiti.

Il compito dei giornalisti dovrebbe essere quello di rompere le palle ai potenti, non di accomodarli. Anche se si ricoprono alte cariche dello Stato.

Queste sono le repliche del giornalista alle critiche:

Non c’è l’Italia dei Valori nel governo ombra, e Di Pietro sembra non lamentarsi troppo. Con il gruppo parlamentare separato è da considerare un’alleanza ormai persa, una forza di opposizione slegata dal PD come l’UDC? A dire la verità, al sottoscritto non dispiacerebbe.

Assenti anche i Radicali nello shadow gabinet, anche se mi sfugge se ci sia da parte dei Radicali stessi un reale interesse. Anche perché non vedo altre prese di posizione né su Radio Radicale né su Radicali.it.

Il fatto grave però è un altro:

‘Che comportamento strano - riflette amaro il deputato radicale Maurizio Turco - proprio l’altro giorno all’assemblea dei deputati del PD Veltroni e Franceschini ci avevano detto che d’ora in poi ci sarebbero state primarie per ogni tipo di incarico, che non ci sarebbero più state imposizioni dal Loft. Noi non sapevamo neppure i nomi di questo governo ombra…’
(Repubblica, 10 maggio 2008)

Esattamente come successe per le liste alle politiche, quando il PD assicurò ai Radicali la visione delle liste prima di renderle ufficiali, per poi fare l’opposto.

Quando diavolo inizierà questo partito a diventare democratico, o più semplicemente onesto?

I veronesi che hanno ammazzato Nicola Tommasoli, chi sono?

Qualcuno giura che sono fascisti:

‘Sono assassini fascisti, non bulli. Il procuratore Papalia smentisce Fini e An: a Verona un delitto nazifascista.’ (L’Unità, 7 maggio 2008)

Qualcun altro giura il contrario:

‘Si ostinano a chiamarli naziskin, neonazisti, skinhead, anche se le foto che girano da tre giorni non mostrano teste rasate o tatuate. Dicono che sono neofascisti, attivisti di gruppuscoli di estrema destra, ignorando che il procuratore Guido Papalia (quello che ha indagato Bossi, Maroni e le camicie verdi) e il successore designato Mario Giulio Schinaia hanno perso la voce a furia di ripetere che si tratta di «cani sciolti».’ (Il Giornale, 7 maggio 2008)

Uno dei due mente, o meglio mentono entrambi. I soliti quotidiani italiani, che, come i politici dello schieramento che sponsorizzano (ma con colpa doppia), non aspettano altro che distorcere fatti, possibilmente fregandosene della cronaca in sé. Per esempio le dichiarazioni di Papalia sono sicuramente interpretabili, e per questo non riportate per intero da nessuno dei due giornali.

I veronesi che hanno ammazzato Nicola Tommasoli, chi sono? Chissenefrega! Sono criminali. ‘Bullismo’ o ‘fascismo’, cambia qualcosa? A parte le occasioni per strumentalizzare e generalizzare, intendo… dovremmo comportarci in modo diverso se un giovane che ne uccide un altro ha questo o quel credo politico, sempre che ne abbia uno?

Sarò ignorante io, ma non credo che la violenza sia di destra o di sinistra. Può essere di entrambe, quando c’è di mezzo l’ignoranza, la miseria o semplici cervelli bacati. La violenza l’ho sempre vista ovunque attorno a me, dai naziskin ai red skin. La stessa storia italiana non fa mancare esempi né da una parte né dall’altra.

Ci può essere il politico che sfrutta il malessere e cerca di incanalarlo nella violenza, questo sì, ma siamo o no dotati ognuno di un cervello? Anche se non lo fossimo, è comunque meglio combattere i motivi a monte del malessere stesso, più che il politico (e come può la cosiddetta sinistra scordarsi anche di questo…).

A me non sembra che tutti i fascisti, i comunisti, gli anarchici e via dicendo siano dei violenti. Così come si può trovare benissimo il serial killer “moderato”, che vota UDC…

Sarò sincero: non ho avuto voglia di documentarmi prima di scrivere questo post. Lascio ai lettori il compito, ovviamente con l’invito a commentare il post e informare anche me. Potrei felicemente sbagliarmi, e allora poniamo il tutto sotto forma di domanda.

Ho visto 3 minuti di Ballarò stasera (giuro, non di più!). Sicurezza sicurezza sicurezza. Stupri stupri stupri.

Alemanno vuole essere votato perché risolverà il problema sicurezza. Rutelli vuole essere votato perché risolverà il problema sicurezza. Rutelli accusa Alemanno di strumentalizzare il problema sicurezza. O forse era Alemanno che accusava Rutelli. Non mi ricordo più. Complimenti, un’altra appassionante campagna elettorale.

Prima che accendessi la TV, i due candidati hanno citato dati oggettivi (numeri) sull’andamento di questi crimini a Roma? Hanno fatto confronti tra questi dati e altre città italiane? Confronti tra Roma e altre città europee di dimensioni paragonabili?

Questo pomeriggio ho anche visto un po’ di TG5 (giuro, poco poco!!). Stupri stupri stupri. Romeni romeni romeni. E poi un servizio con le bislacche proposte dei candidati al comune di Roma. Sono paranoico, o si intravede un disegno?

La vogliamo finire con questi romeni? La sicurezza si ottiene con meno romeni o con una giustizia realmente funzionante?

Se parliamo di criminalità, va bene, ma parliamone seriamente. A Roma e nel Lazio c’è la mafia, come ovvio che ci sia dove si concentrano soldi e potere. Ma la TV e i politici parlano sempre e solo di Calabria, Campania e Sicilia come terre della criminalità organizzata. Prima o poi comunque la bomba scoppierà anche nel Lazio, e allora perché non iniziare a parlarne? Nessun politico legge il Sole 24 Ore?

Al di là dell’ipocrisia e strumentalizzazioni, anche per il comune di Roma si nota una totale insicurezza del PD, evidentemente ancora senza valori. Stavolta possiamo affermare con certezza chi ha copiato chi, anche solo per il fatto che la sicurezza reazionaria è sempre stata di destra.

Forza Italia era un partito fantasma, anch’esso senza valori, e per di più riassumibile in un solo personaggio. Il PDL non è molto meglio, ma può disporre anche della struttura di AN e delle relative ideologie dei suoi dirigenti, per quanto anche queste sempre più annacquate col tempo.

Come hanno già detto in molti, rimane la Lega Nord l’unico partito degno di questo nome, con motivazioni precise, ideali e radicamento sul territorio, più che mai sul tema della sicurezza. Si spiega anche così l’enorme successo alle elezioni nonostante la bassa presenza mediatica. Peccato solo per le discutibili idee su come risolvere il problema… prepariamoci a un governo di destra, altro che centro e moderati.

Il tema della parola data, oggetto anche di un Satyagraha di Pannella, è davvero troppo attuale in questo paese. Quantomai in politica.

Siamo talmente abituati a continue contraddizioni e smentite, anche a distanza di poche ore, che ormai non ci facciamo più caso. Siamo quasi portati a pensare che in politica questo sia normale, ma non deve essere normale, come non è normale in altri paesi.

Forse il caso più eclatante degli ultimi tempi è un Berlusconi che prima del voto auspica l’abbandono di AirFrance/KLM e tira fuori cordate italiane immaginarie, facendo nomi totalmente a caso, per poi ritirare tutto appena vinte le elezioni. Un modo di fare veramente irresponsabile, mentire sapendo di mentire quando in gioco ci sono vite, posti di lavoro e settori strategici dell’economia.

Ma non ci siamo indignati nemmeno un po’. Lo sapevamo tutti che andava a finire così, perché prendersela? Quando si è così circondati da politici specialisti delle balle - e delle smentite del giorno dopo, quando la frittata è fatta - non ci si fa più affidamento, e quindi non ci si indigna più di tanto, non ci si sente né offesi, né traditi. E’ un po’ come l’amico che la spara grossa. Dopo un po’ ci fai l’abitudine e lo prendi sul ridere, in fondo è anche poco educato stare sempre lì a mettere i puntini sulle i.

Non sarebbe male, invece, reagire in maniera decisa e distaccata, magari non con l’amico che dice di aver pescato una trota di 60 KG, ma col politico sì. Del tipo: hai detto una stronzata? Sei rovinato, vai a casa, il tuo partito non ti vuole più, e se ti vuole lui non ti vogliono più gli elettori. Se racconti balle non ci si può fidare di te, e quindi non puoi aspirare a governare. Va bene, quando non c’è praticamente nessuno di affidabile, è dura riuscire a mandare a casa tutti.

Compagni di corse birichini

Il Partito Democratico doveva correre da solo, cioè avere una sua lista indipendente. In breve tempo questa coraggiosa dichiarazione diventa la prima balla di una grande serie: si crea una coalizione, con l’Italia dei Valori.

Prima del voto, Di Pietro promette che l’Italia dei Valori entrerà nello stesso gruppo parlamentare del PD. Franceschini è tutto contento, mentre spiega che IDV confluirà addirittura nel partito, in un futuro, con tutta la calma necessaria. Altre balle.

Sicuramente Di Pietro non credeva a ciò che diceva, ma probabilmente non ci credeva neanche Franceschini… non ditemi che non ve l’aspettavate! Neanche un po’? Beh, il solito profeta l’aveva predetto alla radio. Anche in questo caso, comunque, non c’era bisogno di essere profeti, bastava un po’ di malizia.

Le motivazioni di Di Pietro, per venir meno all’impegno del gruppo parlamentare unico, sono veramente campate in aria. Vuole un posto nel governo ombra? Evidentemente non era nel patto, e i patti si negoziano prima di accettarli, non dopo. Se poi ci sono anche differenti ideali e progetti politici tra i due partiti, ok, ci crediamo. Ma è così fin dall’inizio. Non si capisce quindi perché Di Pietro se ne renda conto solo ora, dopo il voto. O meglio, si capisce fin troppo bene.

Di Pietro non crede nel progetto del Partito Democratico ma l’ha solo sfruttato per racimolare più voti - senza stare a scomodare quel milioncino di euro. Staremo a vedere come si concluderà questa storia, non è detto che non si rimedi con offerte e contro-offerte.

Ci sarebbe poi la vicenda del patto coi Radicali ’sicuramente eletti’, che sono comunque tutti e 9 in parlamento, grazie all’inaspettato drenaggio di voti dalla Sinistra Arcobaleno, e non grazie al posizionamento privilegiato nelle liste (come da patto).

Al dì là di questo triste teatrino fatto di piccole e grandi menzogne, mi chiedo se Veltroni non si stia pentendo delle scelte fatte in materia di alleanze.

Per quanto abbia fatto una buona campagna elettorale sotto il profilo del coinvolgimento (un Obama dei poveri che però ha funzionato nelle piazze), aveva uno spazio troppo piccolo per riuscire a vincere, per tutte le varie ragioni già analizzate.

Ci ha provato comunque, e questa è l’unica spiegazione che riesco a trovare all’apparentamento con IDV: raccogliere più voti, facendo salire sul carrozzone lo sponsor ufficiale di Beppe Grillo, nonché l’unico partito dell’Unione fortemente contrario all’indulto.

Tra parentesi, con questa premessa del racimolare più voti possibili, risulta davvero incomprensibile non aver permesso una lista Bonino coalizzata, considerando anche la lealtà dimostrata dai Radicali all’Unione e a Prodi.

A parte calcoli elettorali, non vedo particolari affinità tra i due partiti. Quali sono i Valori dell’Italia condivisi dal Partito Democratico? Il giustizialismo? Spero di no. La politica estera? I diritti civili? Inesistenti. Si ok, abbassiamo giustamente gli stipendi dei parlamentari, sapendo benissimo di non risolvere nulla, e poi?

Lo so che è facile parlare a giochi fatti, ma, sconfitta per sconfitta, era meglio rinunciare a quei voti e correre veramente da soli, il PD ne avrebbe guadagnato in credibilità e libertà. Sarebbe stata una scelta politica più lungimirante, e forse neanche così penalizzante sotto l’aspetto elettorale. Non possiamo sapere se un’ipotetica lista per Di Pietro premier avrebbe preso molto meno di questo 4.3%, ma sicuramente non di più.

O si poteva proporre a Di Pietro un patto simile a quello fatto coi Radicali Italiani, che in effetti non è stato così malvagio in sé. E’ un possibile inizio per una fusione seria. Ma è anche un’immotivata applicazione del ‘due pesi e due misure’, che ha già portato sfortuna.

Inizialmente corsa solitaria, poi corsa libera. Ora speriamo che duri poco la fase della corsa ad ostacoli.

In questo post sono raccolte le posizioni dell’Economist sulla vittoria di Berlusconi.

Per ora ho trovato tre articoli, dai contenuti molto simili. Ho tradotto integralmente il primo, più completo, e parzialmente tradotto gli altri due.

Non abbiate timore di segnalare gli errori e le inesattezze, sicuramente presenti.

Traduzione dell’articolo ‘Italy embraces Silvio, again and again‘ (17 aprile 2008):

L’Italia abbraccia Silvio, ancora una volta

Il Cavaliere ottiene un terzo mandato come primo ministro. Ma è improbabile che cambierà i suoi modi, o che porti l’Italia fuori dal declino economico.

Silvio Berlusconi è il grande pupazzo a molla (lett. jack-in-the-box) della politica Europea. Nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, gli elettori italiani hanno deciso e la sua figura sempre sorridente è spuntata ancora una volta. Deriso, circondato per anni da domande sulla sua probità e il sul conflitto di interessi tra il suo impero mediatico e il suo incarico politico, Berlusconi è stato tuttavia scelto per diventare primo ministro per la terza volta.

Se completerà il suo mandato - e la sua maggioranza schiacciante in entrambe le camere del parlamento dovrebbero garantirlo - Berlusconi avrà governato il paese per 11 anni su 19. Berlusconi ha già fatto molto per rifare l’Italia a sua immagine. E’ più luccicante, forse, ma anche meno rispettosa dello Stato di Diritto, ostinatamente non riformata nell’economia e più lontana dalla correttezza Europea nei suoi discorsi, per esempio su questioni di sesso e razza. Come potrebbero tanti aspiranti primi ministri uscirsene col descrivere le loro sostenitrici più anziane come la loro ’sezione menopausa’?

Al colosso della televisione e dell’editoria piace comunicare attraverso i media, più che ad altri polici. Quando i risultati elettorali furono annunciati, non c’è stato nessun discorso di vittoria da parte di Berlusconi ai sostenitori festosi. Piuttosto, ha ricevuto una telefonata a casa dal suo avversario sconfitto, quindi ha telefonato a un programma TV per dire che era stato profondamente toccato dalla fiducia che gli elettori hanno riposto in lui.

In un paese abituato a indebolire le coalizioni (il governo uscente di centro-sinistra guidato da Romano Prodi è durato meno di due anni) gli elettori hanno dato al Popolo della Libertà di Berlusconi e ai suoi alleati un’inusuale, solida maggioranza. Nello scrutinio per la Camera dei Deputati - il miglior indice del clima globale - ha vinto con circa il 9% di voti in più dell’alleanza di centro-sinistra guidata da Walter Veltroni. Questa è stata una vittoria tanto grande quanto non prevista dagli ultimi sondaggi d’opinione prima del voto.

Con l’aiuto del premio di maggioranza dato al partito vincente, la coalizione pro-Berlusconi ha 98 seggi di scarto su 630 alla Camera dei Deputati. Il partito di centro-destra UDC, che ha rifiutato di sciogliersi nel nuovo movimento di Berlusconi, ha vinto 36 seggi.

Nel Senato, dove i premi di maggioranza sono distribuiti su base regionale, Berlusconi potrebbe dover affrontare problemi. Ma l’alternanza in suo favore è stata abbastanza forte da consegnargli 174 dei 315 seggi eletti (altri 7 sono occupati da senatori a vita). Veltroni con il suo un partito alleato ne ha vinti 132. Il leader dell’UDC, Pier Ferdinando Casini, che aveva sognato di essere l’ago della bilancia, continuerà a sognare. Al suo partito sono stati lasciati appena 3 seggi.

Che cosa ha influito sulla schiacciante vittoria di Berlusconi? In parte il fatto che Veltroni, ex sindaco di Roma, non è stato convincente nella sua pretesa di rappresentare un nuovo tipo di politica.

Anche se più giovane di 19 anni rispetto al primo ministro eletto, che ora ne ha 71, Veltroni era già un politico navigato quando Berlusconi scese in campo nel 1994. Ha iniziato la sua carriera come un giovane comunista e, per molti italiani, rimane macchiato dal suo passato Marxista. Anche se si è dichiaratamente ispirato a Barack Obama, i suoi discorsi non hanno mai raggiunto le stesse vette di ispirazione.

Tuttavia, dice Massimo Franco, un editorialista del Corriere della Sera, l’onorevole Veltroni ‘è stato più vittima che colpevole’. Non ha avuto il tempo per cancellare dalla mente degli elettori i ricordi, spesso dolorosi, del mandato di Romano Prodi. Rovinato da dissidi interni, il governo uscente ha zoppicato da una crisi all’altra, l’ultima delle quali, la più tossicamente simbolica, è stata la crisi della raccolta rifiuti di Napoli, in Campania, dello scorso dicembre. Prevedibilmente, il Popolo della Libertà ha raggiunto risultati particolarmente buoni in quella zona, e Berlusconi ha promesso di affrontare il problema dei rifiuti come prima priorità.

Il successo principale di Prodi è stato far scendere il deficit di biliancio fino al 3% del PIL, come richiesto dalle regole dell’Unione Europea. Ma ne ha pagato il prezzo. Il ministro delle finanze uscente, Tommaso Padoa Schioppa, ha alzato le tasse e combattuto l’evasione fiscale - una combinazione che ha reso il governo estremamente impopolare, e danneggiato la campagna di Veltroni.

L’esito delle elezioni in Italia offre una prospettiva di stabilità politica per i prossimi cinque anni, e forse oltre. Paradossalmente, un sistema elettorale basato sulla rappresentanza proporzionale, che ha portato alla pesante coalizione di nove partiti di Prodi, ha prodotto qualcosa di simile ad sistema bipartitico, come in America o in Gran Bretagna. Il prossimo parlamento comprenderà, in sostanza, due blocchi opposti.

Diversi dei piccoli partiti e delle personalità che sono stati in grado di tenere in ostaggio i governi che si sono succeduti, e di bloccare i loro tentativi di riforma, sono state spazzate via dalla legislatura. La sinistra radicale, rappresentata da una alleanza di verdi e comunisti, è stata schiacciata. Il suo leader, Fausto Bertinotti, si è prontamente dimesso.

Berlusconi ha una coalizione più coesa che in passato. Gianfranco Fini e il suoi “post-fascisti” avevano già firmato per il Popolo della Libertà. La dipartita dell’UDC libera Berlusconi dai suoi più alleati più scomodi. Degli alleati esterni al suo partito, la Lega Nord e un gruppo più piccolo che chiede più autonomia per la Sicilia, il più imprevedibile è il primo.

Guidata dall’eccentrico e roco Umberto Bossi, la xenofoba Lega Nord è andata straordinariamente bene alle elezioni. Il partito ha quasi raddoppiato la sua quota di voti. Avrà la terza più grande presenza in parlamento e sarà fondamentale nei rapporti di forza al Senato. Poco dopo la chiusura delle urne, Berlusconi ha evocato alcuni dei loro piani, proponendo un bizzarro sistema per chiudere le frontiere dell’Italia e l’apertura di campi per l’identificazione di immigrati disoccupati.

Gli italiani si svegliano il 15 aprile e si ritrovano in un paese ancora una volta dominato da conservatori. Ma di che tipo? Il progressi della Lega Nord, un naturale serbatoio di voti di protesta, suggeriscono che un gran numero di elettori cercano rifugio dai terrori della globalizzazione. Il partito di Umberto Bossi è sia anti-immigrati che protezionista.

Ma nella campagna elettorale Berlusconi ha dato segnali contraddittori. Una parte della sua retorica è stata liberista. Ha promesso tagli alle spese, abbassamento delle tasse e vendita di bene pubblici. Ma ha anche parlato come un nazionalista. In particolare, ha respinto i piani per la vendita di Alitalia, la sofferente compagnia aerea di bandiera, ad Air France-KLM e ha parlato di una alternativa cordata italiana che deve ancora materializzarsi.

Molto dipende dalla direzione economica che Berlusconi prenderà. Il grado di malessere in Italia è stato reso chiaro solo una settimana prima del voto, quando il FMI ha tagliato le sue previsioni di crescita per il paese allo 0,3% per entrambi gli anni 2008 e 2009. Questo renderebbe l’Italia il paese con la più lenta crescita economica in Europa e tra i paesi ricchi del G8.

Nella zona euro, l’Italia è il paese con le maggiori probabilità di recessione nei prossimi 12 mesi. A metà degli anni ‘90 il suo PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto, era del 20% superiore alla media dei 27 paesi dell’Unione Europea di oggi. Era più ricca della Gran Bretagna e della Francia, e seconda alla Germania tra i grandi stati membri dell’UE. Dodici anni dopo, per la prima volta, è caduta al di sotto della media dei 27 paesi EU.

Nel 2006 viene sorpassata dalla Spagna; l’anno successivo potrebbe cadere dietro la Grecia (vedi grafico). Francesco Grillo, presso la London School of Economics, suggerisce che, se le attuali tendenze rimarranno invariate, la Romania supererà l’Italia nel 2020. Potrebbe sembrare fantasioso, ma conferma che la bassa crescita è diventato il peggior difetto dell’Italia. E’ persistita allo stesso modo durante i governi di sinistra e di destra. Nessuno è stato abbastanza coraggioso da portare avanti le liberalizzazioni e le riforme strutturali per aumentare la crescita e la produttività.

Quella italiana resta una delle economie più regolamentate dell’Europa occidentale. E’ anche bloccata da un’inflazione più alta e una più bassa crescita di produttività di ogni altro paese nella zona Euro, ed ha, come risultato, costantemente perso competitività. L’impatto della lenta crescita si nutre di se stesso. Se l’Italia fosse cresciuta con la media europea nel passato decennio, il suo debito pubblico sarebbe passato da più del 100% del PIL a circa l’80%; e non avrebbe avuto bisogno di alzare il carico fiscale al 43.5% del PIL per soddisfare gli obiettivi fissati dal patto di stabilità dell’UE.

Una crescita più veloce avrebbe attirato più investimenti esteri diretti. L’Italia ora ne ottiene la metà della Spagna, come percentuale rispetto al PIL. E avrebbe attratto più investimenti nella pessima infrastruttura italiana, che è diventata un problema serio per le imprese. L’economia conta troppo sulle piccole e medie imprese nelle industrie tradizionali come il tessile, le calzature, elettrodomestici e mobili. Queste industrie sono le più esposte alla concorrenza a basso costo proveniente dalla Cina e dal resto dell’Asia.

I servizi sono sottosviluppati. Anche nel turismo, dove ha un vantaggio naturale, negli ultimi 30 anni l’Italia è scesa dalla prima alla quinta posizione come meta turistica più popolare. L’istruzione è un disastro. L’Italia fa peggio di qualsiasi altro nell’Europa occidentale nel PISA test dell’OCSE. Le università sembrano mandate avanti per il beneficio dei professori. L’Italia non ha sue università nella top 100 mondiale. Nel 1970, il 30% dei professori universitari erano sopra i 45 anni; oggi sono il 70%.

E poi c’è il sistema giuridico. Luigi Spaventa, un ex-regolatore finanziario che presiede il gruppo finanziario Sator a Roma, sostiene che i lunghi ritardi nella giustizia civile scoraggiano gli investimenti.

Ci sono alcuni motivi di speranza, comunque. L’occupazione in Italia è buona: la disoccupazione è al minimo storico in 30 anni. Le esportazioni sono in pieno boom, nonostante l’euro forte, perché le compagnie puntano sul valore aggiunto. La più grande società privata del paese, la Fiat, si è rialzata. Le banche italiane hanno migliorato sotto lo stimolo della competizione, e hanno in gran parte evitato il debito che sta trascinando giù i rivali in Europa.

Se il nuovo governo desse il via libera agli imprenditori italiani, sicuramente questi risponderebbero (positivamente). Lo farà? A volte Berlusconi è sembrato cogliere la gravità della condizione italiana. Ma quello che rimane in dubbio è se egli è veramente votato alle riforme liberali, o addirittura se capisce che queste sono incompatibili col nazionalismo economico.

Il suo passato incarico non è stato incoraggiante. Niente è stato fatto per scuotere la miriade di categorie protette in Italia, dai tassisti ai notai alle farmacie ai piccoli commercianti. Scuole e università sono rimaste in larga parte non riformate; la pubblica amministrazione è stata appena sfiorata. Le privatizzazioni sono state realizzate con maggior determinazioni dai governi di centro-sinistra.

Ci sono altre ragioni per preoccuparsi della gestione economica sotto Berlusconi. Una è la finanza pubblica. Durante il suo precedente incarico, Giulio Tremonti, che Berlusconi intende ri-nominare come Ministro delle Finanze, ha mostrato un notevole compiacimento. Un avanzo (prima del pagamento degli interessi) è stato trasformato in disavanzo. Se la recessione in Europa è più profonda e duratura del previsto, il defic di bilancio potrebbe rapidamente sfuggire di mano, di nuovo.

La seconda preoccupazione riguarda la convinzione di Tremonti sulla globalizzazione, e cioè che avrebbe peggiorato i problemi dell’Italia. Tremonti ha appena pubblicato un libro anti-globalizzazione, “La paura e la speranza”. Respinge le accuse di protezionismo come infantili. Ma l’esperienza suggerisce che né lui né Berlusconi credano veramente nel libero mercato.

Il 16 aprile Berlusconi ha detto che l’Europa ha bisogno di recuperare influenza nel mondo, ma non gli piacciono i restringimenti economici che l’UE cerca di imporre, che siano sui tassi di interessi della zona-Euro, sulle politiche fiscali o sulla concorrenza.

Sembra che l’Alitalia sarà un banco di prova per le intenzioni di Berlusconi. La Commissione Europea cercherà di fermare il governo dal mantenere in piedi la compagnia nazionale con nuove sovvenzioni. Potrebbe essere il primo scontro di molti, tra Roma e Bruxelles.

Da ‘Italy swings to the right‘ (15 aprile 2008):

[...]

Il prossimo governo italiano sarà di destra, senza compromessi. Nel PDL si trova l’ex-neo-fascista Gianfranco Fini. E, a differenza della precedente coalizione di governo di Berlusconi, non include il partito di centro-destra UDC. Ma sarà più dipendente che mai dalla Lega Nord, il partito urlatore e anti-immigrati guidato da Umberto Bossi.

[...]

L’interrogativo lasciato da questo voto è se Berlusconi sfrutterà lo stabile mandato che ha ricevuto per introdurre le riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. Ha promesso che lo farà. Ma ha anche promesso molto altro in passato, e ha fallito nel mantenere la parola.

Da ‘Mamma mia‘ (17 aprile 2008):

[...]

Perché gli elettori italiani hanno scelto Berlusconi per la terza volta, dopo le sue precedenti vittorie nel 1994 e nel 2001? Ci sono tre spiegazioni. La più significativa è legata alla delusione del litigioso governo di centro-sinistra di Romano Prodi. Potrà anche aver riparato le indisciplinate finanze pubbliche italiane, ma l’ha fatto col mezzo impopolare delle tasse, alzandole e raccogliendone di più [lotta all'evasione, ndbnoise]. Ha fatto poco per aumentare le riforme. Dato che le elezioni sono arrivate solo 23 mesi dopo il mandato di Prodi, il suo successore come leader per centro-sinistra, Walter Veltroni, ha avuto troppo poco tempo per imporsi come un’alternativa credibile.

La seconda spiegazione per il successo di Berlusconi è, come sempre, il suo controllo dei media italiani. Attraverso il suo impero Mediaset, controlla la maggior parte della TV privata in Italia. Ora che è tornato al governo, controllerà indirettamente anche la televisione di stato, potendo disporre così di influenza sul 90% della TV italiana. E’ un’eterna macchia del centro-sinistra quella di non aver fatto niente, nei suoi due passati governi, per affrontare il problema del conflitto di interessi. Come del resto non ha fatto niente per rimuovere l’insalata di leggi e procedure che Berlusconi ha promosso per salvarsi dalle condanne nelle miriadi di casi giudiziari che i magistrati italiani hanno intentato contro di lui. di Berlusconi nei media.

Ancora inadatto
[il riferimento è al primo famoso articolo e copertina 'Why Berlusconi is unfit to lead Italy' sempre dell'Economist, che per risposta ottenne da Berlusconi l'appellativo di 'stampa comunista']

Era il conflitto di interessi di Berlusconi e l’ingarbugliata rete di procedimenti giudiziari contro di lui che ha portato l’Economist a giudicarlo inadatto per fare il primo ministro. Ne siamo ancora convinti. Quando Berlusconi suggerisce che i magistrati dovrebbero essere soggetti a test per la salute mentale, o quando uno dei suoi più stretti collaboratori, un senatore che è in appello per una condanna per associazione mafiosa, dice che un killer della mafia condannato è un eroe, ci sono buone ragioni per ritenere che Berlusconi non debba guidare il paese.

Ma la grande sfida di adesso per Berlusconi non riguarda il conflitto di interessi, i casi giudiziari o la mafia. E’ lo stato disperato dell’economia italiana. Infatti, i mali economici costituiscono la terza spiegazione del perché gli elettori disillusi hanno preferito Berlusconi al centro-sinistra. Hanno avuto la sensazione che il governo Prodi non ha fatto niente per loro, se non alzargli le tasse. E, nuovamente a dispetto delle pessime esperienze dei precedenti governi Berlusconi, molta gente vuole ancora credere nella magia che lo ha fatto l’uomo più ricco d’Italia. Sperano che un po’ di questa magia possa scivolare su di loro, facendo più ricchi tutti gli italiani.

[...]

Comunisti fuori, socialisti fuori.

E il PD? Anche se ha deluso, certamente c’è. Sì, però più che rosso mi pare rosa sbiadito, al momento.

I motivi della sconfitta della Sinistra Arcobaleno sono sicuramente molteplici e non immediati.
Uno dei killer di Bertinotti può essere stato lo spostamento di voti verso il Partito Democratico: qualcuno lo chiamerebbe ‘voto utile‘, ma è stato il semplice, sano e vecchio voto contro. Contro chi? Naturalmente mi riferisco al principale esponente (monarca) dello schieramento avverso. Forse era meglio chiamarlo col suo nome, se non peggio: non per la vittoria, ma almeno per un po’ di informazione.
Tornando al disastro della SA, analizzare ulteriormente il fatto mi potrebbe far precipitare in un abisso di stupidaggini, e dato che un Porta a Porta basta e avanza, mi fermo qui.

Con il Partito Socialista sarò più sbrigativo: per quanto ne condivida gli ideali, non si può che imputare la colpa della sconfitta alla dirigenza infima. A chi afferma che l’unica scelta era quella di presentarsi da soli, rispondo che piuttosto era meglio non presentarsi affatto, fosse anche solo per recuperare un po’ di dignità. I socialisti avevano preso il 2,5% assieme ai Radicali Italiani (bella mossa chiudere la Rosa nel Pugno, caro Boselli), come pensavano di racimolare il 4% da soli, e in quest’ottica di bipartitismo forzato? Non c’era nessun bisogno di un’altra lista disperdi-voti, per quanto pochi.

Focalizziamoci ora sull’effetto.

Da un lato è triste che una fetta significativa del paese, quella che ha sempre votato Rifondazione Comunista ed analoghi, non abbia rappresentanza in parlamento. E’ ancora più triste, indipendentemente dalle ragioni storiche, che l’Italia non abbia una forza politica socialista (ma socialista per davvero) in grado di muovere masse, come accade nelle grandi democrazie europee.

Dall’altro lato, nulla impedisce di fare politica fuori dal parlamento, quando ci si crede - ogni riferimento al Partito Radicale è puramente casuale.

La sconfitta totale degli esclusi potrebbe anche essere un buon motivo per cambiare qualche dirigente, invece che cambiare semplicemente nome al partito, alla coalizione, al ‘contenitore’, alla sinistra.
Cambiare qualche dirigente di quelli che dicono solo di no, senza accettare il compromesso, creando solo immobilismo. Cambiare qualche dirigente di quelli a caccia di poltrone, stavolta rimasti a bocca asciutta.

E poi?

Poi c’è la grande opportunità di contribuire a costruire il Partito Democratico.
Vedo il PD, anzi lo voglio vedere, come un cantiere sempre aperto.

In un modo o nell’altro voglio i socialisti nel PD, così come ci voglio ancora più Radicali. E perché no, anche comunisti.
Sperando che ai piccoli e grandi esclusi sia rimasta un po’ di intelligenza politica.

C’è, però, una premessa necessaria, affinché un partito così eterogeneo possa avere senso: una legge elettorale decente, seguita una riforma istituzionale seria (all’americana).

Il cittadino deve poter eleggere direttamente i parlamentari, ad esempio con l’uninominale secco.
Deve poter votare direttamente il presidente, o primo ministro, chiamatelo come vi pare.
Deve avere voce in capitolo anche sul leader del partito e futuro candidato premier, con delle primarie serie - non come la brutta imitazione di quest’autunno, che ha comunque riscosso un’ottima partecipazione, segno che gli italiani hanno una gran voglia di dire la loro, in questo schifo partitocratico.

Se tutte queste condizioni si realizzeranno, se si potrà votare la persona più che il partito, allora il PD potrà essere finalmente un semplice contenitore di sinistra, organizzato ma aperto a tutti, e non la solita schifezza all’italiana, dove tutto il potere è in mano ai soliti quattro vecchi gatti.

Ieri mi sono gustato Emma Bonino per ben due volte.
La mattina sulla videochat del Corriere.it, la sera alle Invasioni Barbariche di LA7.

Ottima, come sempre, in entrambi i casi - tra l’altro alcune domande (e relative risposte) erano praticamente identiche nelle due trasmissioni.

Un solo punto non ho condiviso: l’appello al voto, formulato più o meno come “I casi sono due: o governa Berlusconi o governa Veltroni. Chi non va a votare lascia decidere a qualcun altro“.

Non c’è dubbio, è tutto vero. Gli unici schieramenti con possibilità di vittoria li conosciamo bene, anche senza sbirciare sondaggi. Però porre la questione in questo modo sottintende una necessità di votare Veltroni come unico modo per non far vincere Berlusconi.

Tutto giusto? Ancora sì, e pure con la benedizione dell’Economist… ma mi piace l’idea che nessun voto sia inutile, neanche quello di astensione.
Perché ad esempio non votare uno dei tanti partiti “minori”, ammesso che se ne condivida la linea? Certo non potrebbero impedire la vittoria a Berlusconi, ma, se riuscissero a sedere in parlamento, porterebbero avanti le loro battaglie, anche se con tutti i limiti del caso. Questo non sarebbe poco.

Personalmente credo che farò scheda nulla.
Avrei altre due possibilità come male minore, ma ora come ora mi fanno un po’ schifo.

La prima possibilità è quella di votare un partito di cui condivido le idee ma non gli atteggiamenti politici, ai limiti del trasformismo (PS).

La seconda possibilità è quella di votare un partito che si dice democratico ma nasce autoritario, che fa una politica di immagine, di slogan, di nuovismo, di patti non rispettati, e che si è già contraddetto in partenza. Per avere in cambio che cosa? Nove radicali. E la speranza che possa diventare veramente democratico.

Certo, sarebbe stato molto più semplice avere una lista Radicale da votare. Ma capisco bene le ragioni di chi un partito Democratico (all’americana!) l’ha sempre voluto, e ora cerca di costruirlo, un po’ da dentro, un po’ da fuori…

Non capisco cosa ci stia a fare la Binetti nel Partito Democratico, e capisco ancora meno cosa ci faccia il Partito Democratico con la Binetti.

I voti la Binetti li fa perdere, non guadagnare. I cittadini sulle posizioni estremiste della senatrice (spero pochi) non credo voteranno il PD solo perché ci sono una manciata di teodem… quando esistono partiti molto più esplicitamente chiesaroli. Tra l’altro, devo ancora sentire sta santa donna esprimersi su qualcosa di diverso dagli omosessuali, o dai Radicali brutti-cattivi.

Partito Democratico dovrebbe significare aperto a diverse opinioni all’interno di questo filone di centro sinistra, non aperto a cani e porci! Non vedo proprio come posizioni così estreme riguardo ai diritti individuali possano dirsi anche solo vagamente di sinistra.

A proposito, Guzzanti invecchia come il vino buono: