In questo post sono raccolte le posizioni dell’Economist sulla vittoria di Berlusconi.
Per ora ho trovato tre articoli, dai contenuti molto simili. Ho tradotto integralmente il primo, più completo, e parzialmente tradotto gli altri due.
Non abbiate timore di segnalare gli errori e le inesattezze, sicuramente presenti.
Traduzione dell’articolo ‘Italy embraces Silvio, again and again‘ (17 aprile 2008):
L’Italia abbraccia Silvio, ancora una volta

Il Cavaliere ottiene un terzo mandato come primo ministro. Ma è improbabile che cambierà i suoi modi, o che porti l’Italia fuori dal declino economico.
Silvio Berlusconi è il grande pupazzo a molla (lett. jack-in-the-box) della politica Europea. Nelle elezioni politiche del 13 e 14 aprile, gli elettori italiani hanno deciso e la sua figura sempre sorridente è spuntata ancora una volta. Deriso, circondato per anni da domande sulla sua probità e il sul conflitto di interessi tra il suo impero mediatico e il suo incarico politico, Berlusconi è stato tuttavia scelto per diventare primo ministro per la terza volta.
Se completerà il suo mandato - e la sua maggioranza schiacciante in entrambe le camere del parlamento dovrebbero garantirlo - Berlusconi avrà governato il paese per 11 anni su 19. Berlusconi ha già fatto molto per rifare l’Italia a sua immagine. E’ più luccicante, forse, ma anche meno rispettosa dello Stato di Diritto, ostinatamente non riformata nell’economia e più lontana dalla correttezza Europea nei suoi discorsi, per esempio su questioni di sesso e razza. Come potrebbero tanti aspiranti primi ministri uscirsene col descrivere le loro sostenitrici più anziane come la loro ’sezione menopausa’?
Al colosso della televisione e dell’editoria piace comunicare attraverso i media, più che ad altri polici. Quando i risultati elettorali furono annunciati, non c’è stato nessun discorso di vittoria da parte di Berlusconi ai sostenitori festosi. Piuttosto, ha ricevuto una telefonata a casa dal suo avversario sconfitto, quindi ha telefonato a un programma TV per dire che era stato profondamente toccato dalla fiducia che gli elettori hanno riposto in lui.
In un paese abituato a indebolire le coalizioni (il governo uscente di centro-sinistra guidato da Romano Prodi è durato meno di due anni) gli elettori hanno dato al Popolo della Libertà di Berlusconi e ai suoi alleati un’inusuale, solida maggioranza. Nello scrutinio per la Camera dei Deputati - il miglior indice del clima globale - ha vinto con circa il 9% di voti in più dell’alleanza di centro-sinistra guidata da Walter Veltroni. Questa è stata una vittoria tanto grande quanto non prevista dagli ultimi sondaggi d’opinione prima del voto.
Con l’aiuto del premio di maggioranza dato al partito vincente, la coalizione pro-Berlusconi ha 98 seggi di scarto su 630 alla Camera dei Deputati. Il partito di centro-destra UDC, che ha rifiutato di sciogliersi nel nuovo movimento di Berlusconi, ha vinto 36 seggi.
Nel Senato, dove i premi di maggioranza sono distribuiti su base regionale, Berlusconi potrebbe dover affrontare problemi. Ma l’alternanza in suo favore è stata abbastanza forte da consegnargli 174 dei 315 seggi eletti (altri 7 sono occupati da senatori a vita). Veltroni con il suo un partito alleato ne ha vinti 132. Il leader dell’UDC, Pier Ferdinando Casini, che aveva sognato di essere l’ago della bilancia, continuerà a sognare. Al suo partito sono stati lasciati appena 3 seggi.
Che cosa ha influito sulla schiacciante vittoria di Berlusconi? In parte il fatto che Veltroni, ex sindaco di Roma, non è stato convincente nella sua pretesa di rappresentare un nuovo tipo di politica.
Anche se più giovane di 19 anni rispetto al primo ministro eletto, che ora ne ha 71, Veltroni era già un politico navigato quando Berlusconi scese in campo nel 1994. Ha iniziato la sua carriera come un giovane comunista e, per molti italiani, rimane macchiato dal suo passato Marxista. Anche se si è dichiaratamente ispirato a Barack Obama, i suoi discorsi non hanno mai raggiunto le stesse vette di ispirazione.
Tuttavia, dice Massimo Franco, un editorialista del Corriere della Sera, l’onorevole Veltroni ‘è stato più vittima che colpevole’. Non ha avuto il tempo per cancellare dalla mente degli elettori i ricordi, spesso dolorosi, del mandato di Romano Prodi. Rovinato da dissidi interni, il governo uscente ha zoppicato da una crisi all’altra, l’ultima delle quali, la più tossicamente simbolica, è stata la crisi della raccolta rifiuti di Napoli, in Campania, dello scorso dicembre. Prevedibilmente, il Popolo della Libertà ha raggiunto risultati particolarmente buoni in quella zona, e Berlusconi ha promesso di affrontare il problema dei rifiuti come prima priorità.
Il successo principale di Prodi è stato far scendere il deficit di biliancio fino al 3% del PIL, come richiesto dalle regole dell’Unione Europea. Ma ne ha pagato il prezzo. Il ministro delle finanze uscente, Tommaso Padoa Schioppa, ha alzato le tasse e combattuto l’evasione fiscale - una combinazione che ha reso il governo estremamente impopolare, e danneggiato la campagna di Veltroni.
L’esito delle elezioni in Italia offre una prospettiva di stabilità politica per i prossimi cinque anni, e forse oltre. Paradossalmente, un sistema elettorale basato sulla rappresentanza proporzionale, che ha portato alla pesante coalizione di nove partiti di Prodi, ha prodotto qualcosa di simile ad sistema bipartitico, come in America o in Gran Bretagna. Il prossimo parlamento comprenderà, in sostanza, due blocchi opposti.
Diversi dei piccoli partiti e delle personalità che sono stati in grado di tenere in ostaggio i governi che si sono succeduti, e di bloccare i loro tentativi di riforma, sono state spazzate via dalla legislatura. La sinistra radicale, rappresentata da una alleanza di verdi e comunisti, è stata schiacciata. Il suo leader, Fausto Bertinotti, si è prontamente dimesso.
Berlusconi ha una coalizione più coesa che in passato. Gianfranco Fini e il suoi “post-fascisti” avevano già firmato per il Popolo della Libertà. La dipartita dell’UDC libera Berlusconi dai suoi più alleati più scomodi. Degli alleati esterni al suo partito, la Lega Nord e un gruppo più piccolo che chiede più autonomia per la Sicilia, il più imprevedibile è il primo.
Guidata dall’eccentrico e roco Umberto Bossi, la xenofoba Lega Nord è andata straordinariamente bene alle elezioni. Il partito ha quasi raddoppiato la sua quota di voti. Avrà la terza più grande presenza in parlamento e sarà fondamentale nei rapporti di forza al Senato. Poco dopo la chiusura delle urne, Berlusconi ha evocato alcuni dei loro piani, proponendo un bizzarro sistema per chiudere le frontiere dell’Italia e l’apertura di campi per l’identificazione di immigrati disoccupati.
Gli italiani si svegliano il 15 aprile e si ritrovano in un paese ancora una volta dominato da conservatori. Ma di che tipo? Il progressi della Lega Nord, un naturale serbatoio di voti di protesta, suggeriscono che un gran numero di elettori cercano rifugio dai terrori della globalizzazione. Il partito di Umberto Bossi è sia anti-immigrati che protezionista.
Ma nella campagna elettorale Berlusconi ha dato segnali contraddittori. Una parte della sua retorica è stata liberista. Ha promesso tagli alle spese, abbassamento delle tasse e vendita di bene pubblici. Ma ha anche parlato come un nazionalista. In particolare, ha respinto i piani per la vendita di Alitalia, la sofferente compagnia aerea di bandiera, ad Air France-KLM e ha parlato di una alternativa cordata italiana che deve ancora materializzarsi.
Molto dipende dalla direzione economica che Berlusconi prenderà. Il grado di malessere in Italia è stato reso chiaro solo una settimana prima del voto, quando il FMI ha tagliato le sue previsioni di crescita per il paese allo 0,3% per entrambi gli anni 2008 e 2009. Questo renderebbe l’Italia il paese con la più lenta crescita economica in Europa e tra i paesi ricchi del G8.
Nella zona euro, l’Italia è il paese con le maggiori probabilità di recessione nei prossimi 12 mesi. A metà degli anni ‘90 il suo PIL pro capite, a parità di potere d’acquisto, era del 20% superiore alla media dei 27 paesi dell’Unione Europea di oggi. Era più ricca della Gran Bretagna e della Francia, e seconda alla Germania tra i grandi stati membri dell’UE. Dodici anni dopo, per la prima volta, è caduta al di sotto della media dei 27 paesi EU.

Nel 2006 viene sorpassata dalla Spagna; l’anno successivo potrebbe cadere dietro la Grecia (vedi grafico). Francesco Grillo, presso la London School of Economics, suggerisce che, se le attuali tendenze rimarranno invariate, la Romania supererà l’Italia nel 2020. Potrebbe sembrare fantasioso, ma conferma che la bassa crescita è diventato il peggior difetto dell’Italia. E’ persistita allo stesso modo durante i governi di sinistra e di destra. Nessuno è stato abbastanza coraggioso da portare avanti le liberalizzazioni e le riforme strutturali per aumentare la crescita e la produttività.
Quella italiana resta una delle economie più regolamentate dell’Europa occidentale. E’ anche bloccata da un’inflazione più alta e una più bassa crescita di produttività di ogni altro paese nella zona Euro, ed ha, come risultato, costantemente perso competitività. L’impatto della lenta crescita si nutre di se stesso. Se l’Italia fosse cresciuta con la media europea nel passato decennio, il suo debito pubblico sarebbe passato da più del 100% del PIL a circa l’80%; e non avrebbe avuto bisogno di alzare il carico fiscale al 43.5% del PIL per soddisfare gli obiettivi fissati dal patto di stabilità dell’UE.
Una crescita più veloce avrebbe attirato più investimenti esteri diretti. L’Italia ora ne ottiene la metà della Spagna, come percentuale rispetto al PIL. E avrebbe attratto più investimenti nella pessima infrastruttura italiana, che è diventata un problema serio per le imprese. L’economia conta troppo sulle piccole e medie imprese nelle industrie tradizionali come il tessile, le calzature, elettrodomestici e mobili. Queste industrie sono le più esposte alla concorrenza a basso costo proveniente dalla Cina e dal resto dell’Asia.
I servizi sono sottosviluppati. Anche nel turismo, dove ha un vantaggio naturale, negli ultimi 30 anni l’Italia è scesa dalla prima alla quinta posizione come meta turistica più popolare. L’istruzione è un disastro. L’Italia fa peggio di qualsiasi altro nell’Europa occidentale nel PISA test dell’OCSE. Le università sembrano mandate avanti per il beneficio dei professori. L’Italia non ha sue università nella top 100 mondiale. Nel 1970, il 30% dei professori universitari erano sopra i 45 anni; oggi sono il 70%.
E poi c’è il sistema giuridico. Luigi Spaventa, un ex-regolatore finanziario che presiede il gruppo finanziario Sator a Roma, sostiene che i lunghi ritardi nella giustizia civile scoraggiano gli investimenti.
Ci sono alcuni motivi di speranza, comunque. L’occupazione in Italia è buona: la disoccupazione è al minimo storico in 30 anni. Le esportazioni sono in pieno boom, nonostante l’euro forte, perché le compagnie puntano sul valore aggiunto. La più grande società privata del paese, la Fiat, si è rialzata. Le banche italiane hanno migliorato sotto lo stimolo della competizione, e hanno in gran parte evitato il debito che sta trascinando giù i rivali in Europa.
Se il nuovo governo desse il via libera agli imprenditori italiani, sicuramente questi risponderebbero (positivamente). Lo farà? A volte Berlusconi è sembrato cogliere la gravità della condizione italiana. Ma quello che rimane in dubbio è se egli è veramente votato alle riforme liberali, o addirittura se capisce che queste sono incompatibili col nazionalismo economico.
Il suo passato incarico non è stato incoraggiante. Niente è stato fatto per scuotere la miriade di categorie protette in Italia, dai tassisti ai notai alle farmacie ai piccoli commercianti. Scuole e università sono rimaste in larga parte non riformate; la pubblica amministrazione è stata appena sfiorata. Le privatizzazioni sono state realizzate con maggior determinazioni dai governi di centro-sinistra.
Ci sono altre ragioni per preoccuparsi della gestione economica sotto Berlusconi. Una è la finanza pubblica. Durante il suo precedente incarico, Giulio Tremonti, che Berlusconi intende ri-nominare come Ministro delle Finanze, ha mostrato un notevole compiacimento. Un avanzo (prima del pagamento degli interessi) è stato trasformato in disavanzo. Se la recessione in Europa è più profonda e duratura del previsto, il defic di bilancio potrebbe rapidamente sfuggire di mano, di nuovo.
La seconda preoccupazione riguarda la convinzione di Tremonti sulla globalizzazione, e cioè che avrebbe peggiorato i problemi dell’Italia. Tremonti ha appena pubblicato un libro anti-globalizzazione, “La paura e la speranza”. Respinge le accuse di protezionismo come infantili. Ma l’esperienza suggerisce che né lui né Berlusconi credano veramente nel libero mercato.
Il 16 aprile Berlusconi ha detto che l’Europa ha bisogno di recuperare influenza nel mondo, ma non gli piacciono i restringimenti economici che l’UE cerca di imporre, che siano sui tassi di interessi della zona-Euro, sulle politiche fiscali o sulla concorrenza.
Sembra che l’Alitalia sarà un banco di prova per le intenzioni di Berlusconi. La Commissione Europea cercherà di fermare il governo dal mantenere in piedi la compagnia nazionale con nuove sovvenzioni. Potrebbe essere il primo scontro di molti, tra Roma e Bruxelles.
Da ‘Italy swings to the right‘ (15 aprile 2008):
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Il prossimo governo italiano sarà di destra, senza compromessi. Nel PDL si trova l’ex-neo-fascista Gianfranco Fini. E, a differenza della precedente coalizione di governo di Berlusconi, non include il partito di centro-destra UDC. Ma sarà più dipendente che mai dalla Lega Nord, il partito urlatore e anti-immigrati guidato da Umberto Bossi.
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L’interrogativo lasciato da questo voto è se Berlusconi sfrutterà lo stabile mandato che ha ricevuto per introdurre le riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. Ha promesso che lo farà. Ma ha anche promesso molto altro in passato, e ha fallito nel mantenere la parola.
Da ‘Mamma mia‘ (17 aprile 2008):
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Perché gli elettori italiani hanno scelto Berlusconi per la terza volta, dopo le sue precedenti vittorie nel 1994 e nel 2001? Ci sono tre spiegazioni. La più significativa è legata alla delusione del litigioso governo di centro-sinistra di Romano Prodi. Potrà anche aver riparato le indisciplinate finanze pubbliche italiane, ma l’ha fatto col mezzo impopolare delle tasse, alzandole e raccogliendone di più [lotta all'evasione, ndbnoise]. Ha fatto poco per aumentare le riforme. Dato che le elezioni sono arrivate solo 23 mesi dopo il mandato di Prodi, il suo successore come leader per centro-sinistra, Walter Veltroni, ha avuto troppo poco tempo per imporsi come un’alternativa credibile.
La seconda spiegazione per il successo di Berlusconi è, come sempre, il suo controllo dei media italiani. Attraverso il suo impero Mediaset, controlla la maggior parte della TV privata in Italia. Ora che è tornato al governo, controllerà indirettamente anche la televisione di stato, potendo disporre così di influenza sul 90% della TV italiana. E’ un’eterna macchia del centro-sinistra quella di non aver fatto niente, nei suoi due passati governi, per affrontare il problema del conflitto di interessi. Come del resto non ha fatto niente per rimuovere l’insalata di leggi e procedure che Berlusconi ha promosso per salvarsi dalle condanne nelle miriadi di casi giudiziari che i magistrati italiani hanno intentato contro di lui. di Berlusconi nei media.
Ancora inadatto
[il riferimento è al primo famoso articolo e copertina 'Why Berlusconi is unfit to lead Italy' sempre dell'Economist, che per risposta ottenne da Berlusconi l'appellativo di 'stampa comunista']
Era il conflitto di interessi di Berlusconi e l’ingarbugliata rete di procedimenti giudiziari contro di lui che ha portato l’Economist a giudicarlo inadatto per fare il primo ministro. Ne siamo ancora convinti. Quando Berlusconi suggerisce che i magistrati dovrebbero essere soggetti a test per la salute mentale, o quando uno dei suoi più stretti collaboratori, un senatore che è in appello per una condanna per associazione mafiosa, dice che un killer della mafia condannato è un eroe, ci sono buone ragioni per ritenere che Berlusconi non debba guidare il paese.
Ma la grande sfida di adesso per Berlusconi non riguarda il conflitto di interessi, i casi giudiziari o la mafia. E’ lo stato disperato dell’economia italiana. Infatti, i mali economici costituiscono la terza spiegazione del perché gli elettori disillusi hanno preferito Berlusconi al centro-sinistra. Hanno avuto la sensazione che il governo Prodi non ha fatto niente per loro, se non alzargli le tasse. E, nuovamente a dispetto delle pessime esperienze dei precedenti governi Berlusconi, molta gente vuole ancora credere nella magia che lo ha fatto l’uomo più ricco d’Italia. Sperano che un po’ di questa magia possa scivolare su di loro, facendo più ricchi tutti gli italiani.
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